Ha costretto l’avversario a vincere solo ai calci di rigore.
Il suo sorriso continuerà a brillare da lassù. Da oggi il Cavaliere ci ha lasciati. Ha combattuto tanto. Se n’è andato non senza lottare, senza combattere. E’ rimasto attaccato alla vita finché, stremato, non ha dovuto cedere alla morte. Non si è arreso, ha messo in pratica quello che diceva ai “suoi” giocatori, di combattere, di lottare. Sempre e comunque. Sorretto sempre dalla sua famiglia, da chi l’ha amato e, qualche passo indietro, da una provincia intera, che qualcosa sapeva, ma aveva paura a raccontare e a chiedere. Nessuno voleva sentirsi dire quello che immaginava. Che il Cavaliere stava combattendo la sua partita, che ha costretto l’avversario a vincere solo ai calci di rigore. Una persona semplice, ma speciale. Una persona che dava del “tu” a tutti e pretendeva che gli altri gli dessero del “tu”. Schietto e sincero, il Cavaliere amava la gente, amava vivere tra essa. Ascoltava. Capiva. Non lesinava sorrisi e belle parole. Lo ricordiamo quando entrò all’interno del Frosinone Calcio, anzi, tornò a ricoprire quella carica che la storia del Frosinone gli attribuisce per l’eternità: per Frosinone sarà sempre “il Presidente”. Tornò a dirigere il club, che aveva già fatto trent’anni addietro con il fratello Roberto. Li chiamavano i “Fratelli dell’entusiasmo”, non è difficile chiedersi perché… Stavolta muoveva i fili dietro le quinte. Sul palcoscenico andavano il figlio Maurizio, il direttore Enrico Graziani, gli allenatori che si sono succeduti di volta in volta. Ma lui, un passo indietro c’era sempre. Raccontava il calcio che amava, e lo voleva raccontare ai più giovani. Ha sempre seguito tutte le squadre dei giovani giallazzurri, perché amava dire che “prima che calciatori, dovete essere uomini”. Lo ricordiamo seduto su una sedia di plastica, ad assistere alle partite della Berretti prima, della Primavera poi. Lì, dietro la porta, sempre pronto a fare i complimenti agli avversari prima e ai ragazzi “suoi” dopo. Lo ritroviamo sempre, al terzo posto dei sedili del Comunale, sia che l’avversario si chiamasse Juventus o Massese, Napoli o Chieti. E sempre pronto a scendere negli spogliatoi accompagnato dal figlio Maurizio a congratularsi con i giocatori, i “suoi” ragazzi. Lo ricordiamo il giorno della vittoria della C1. Quel giorno lui allo stadio non c’era. I medici glielo vietarono, anche se il Cavaliere voleva esserci a tutti i costi. Il cuore poteva fare brutti scherzi… Alla fine è stato grazie a lui che il cuore di tutta Frosinone ha giocato brutti scherzi, prima dell’esplosione, della gioia. E ricordiamo anche la festa di Torrice, quando tutta la squadra andò, come in un pellegrinaggio, a festeggiare con colui che per primo ha creduto a quel miracolo chiamato Frosinone. Abbracciò tutti, ma l’abbraccio più forte fu con il figlio, entrato per ultimo, che aveva realizzato quel sogno che lui, insieme al fratello Roberto, non era riuscito a trasformare in realtà. Ricordiamo gli ultimi tempi, quando veniva sempre meno allo stadio. Lo ricordiamo quando non volle mancare alla festa per gli Ottant’anni, inaugurò la mostra storica, quella storia che per buona parte ha scritto lui e che sicuramente continuerà a scrivere anche oggi che non è più qui. Non volle mancare, alla fine brindò anche alla serie A. Sì, la serie A. La voleva, l’ha chiesta al figlio, voleva lasciare questa vita con la sua creatura in serie A. Il tempo non è galantuomo e non ce l’ha fatta, ma siamo sicuri che prima o poi, in un pomeriggio di fine agosto quel terzo seggiolino dello stadio Matusa, o del nuovo stadio, non sarà vuoto perché ad assistere alla prima partita del campionato di serie A della storia del Frosinone Calcio ci sarà proprio lui. Il Cavaliere.

Se muoio sopravvivetemi con tanta forza pura
che risvegliate la furia del pallido e del freddo,
da sud a sud alzate i vostri occhi indelebili,
da sole a sole suoni la vostra bocca di chitarra.
Non voglio che vacilli il vostro riso né i vostri passi,
non voglio che muoia la mia eredità di gioia,
non bussate al mio petto, sono assente.
Vivete nella mia assenza come in una casa.
E' una casa sì grande l'assenza
che entrerete in essa attraverso i muri
e appenderete i quadri nell'aria.
E' una casa sì trasparente l'assenza
che senza vita io vi vedrò vivere
e se soffrirete, morirò nuovamente.
Pablo Neruda
da www.frosinonecalcio.com

5 commenti:
Omaggio al Cavaliere ...
condoglianze
è triste, ma non possiamo farci niente
Ora il Presidente potrà seguire la sua squadra in ogni momento ed esserle ancora più vicino... fino alla serie A!!!
Davide
Quando ci fu la festa per la promozione in serie B il Presidente concluse il suo discorso dicendo che il giorno più bello deve ancora venire...
Spero dal cielo possa, in un futuro non troppo remoto, assistere a questo e ad altri lieti eventi, sportivi e non, per la nostra provincia!
P.S.: Ringrazio il mio amico Davide per il commento.
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